Alex Zanardi ex pilota F1 e campione paralimpico ritratto

Alex Zanardi è morto la sera del 1° maggio 2026 a 59 anni, lo stesso giorno e quasi alla stessa ora in cui, trentadue anni fa, il mondo della Formula 1 aveva perso Ayrton Senna a Imola. Una coincidenza simbolica per un pilota che con la velocità e con il destino aveva avuto, lungo la sua vita, più di un appuntamento — e che ne è uscito sempre come uscivano i suoi sorpassi: di traverso, all’ultima curva, prendendosi tutto.

L’annuncio è arrivato la mattina del 2 maggio dall’agenzia Obiettivo 3, che da anni gestiva i progetti sportivi e mediatici dell’ex pilota. La famiglia ha scelto parole misurate, dopo sei anni di battaglia silenziosa cominciata sulla Statale 146 di Pienza:

«È con profondo dolore che la famiglia comunica la scomparsa di Alessandro Zanardi, avvenuta improvvisamente nella serata di ieri, 1 maggio. Alex si è spento serenamente, circondato dall’affetto dei suoi cari.»

Comunicato della famiglia, 2 maggio 2026 (via Obiettivo 3)


Le origini: Bologna, Castel Maggiore, i kart a tredici anni

Alessandro Leone Zanardi era nato a Bologna il 23 ottobre 1966, figlio di Dino, idraulico, e Anna. Quando aveva quattro anni la famiglia si era trasferita a Castel Maggiore, comune di periferia bolognese che diventerà il suo paese di adozione e che oggi piange uno dei suoi figli più amati.

La passione per la velocità era arrivata presto: a 13 anni aveva iniziato a correre sui kart con un mezzo costruito artigianalmente in famiglia. La svolta arriva nel 1987, quando vince tutte e cinque le tappe del Campionato Europeo CIK-FIA della classe regina, dominando senza concorrenza. Il salto alle monoposto è obbligato: Formula Italia, poi Formula 3, dove nel 1991 vince a Monaco. È in pista a Bologna che incontra Daniela Manni, ragazza di Genova che gli stava antipatica per i suoi modi sicuri di sé. La sposerà nel 1996. Sarà lei, con il figlio Niccolò, ad accompagnarlo fino all’ultimo respiro.


La Formula 1 e la promessa mai mantenuta

Il debutto in Formula 1 arriva nel 1991 con la Jordan, in occasione del GP di Spagna. La sostituzione è particolare: prende il posto del giapponese Roberto Moreno, in un balletto di sedili che aveva visto arrivare il giovanissimo Michael Schumacher nella stessa Jordan a Spa, prima del passaggio in Benetton. Per Zanardi è il biglietto d’ingresso al circus.

Le stagioni successive sono fatte di squadre minori e dell’eterna ricerca di una macchina alla sua altezza:

  • 1992: Minardi, due gare a fine stagione
  • 1993: Lotus, il sesto posto al GP del Brasile a Interlagos resta il suo miglior risultato di sempre in F1
  • 1994: ancora Lotus, ma è la stagione in cui muore Senna a Imola; a Spa è Zanardi a essere protagonista di un volo terrificante a 280 km/h all’Eau Rouge, da cui esce miracolosamente illeso
  • 1999: il rientro tanto atteso, in Williams, in coppia con Ralf Schumacher, dopo il doppio titolo americano. È la stagione della FW21 con motore Supertec: niente da fare, niente punti, contratto chiuso a fine anno

Bilancio F1 nudo e crudo: 41 gran premi, 1 punto in carriera, nessuna vittoria. Una storia che con altri numeri sarebbe quella di una promessa non mantenuta. La sua era diventata altro.


L’America: il sorpasso di Laguna Seca e i due titoli con Ganassi

Nel 1996 Zanardi attraversa l’Oceano. Lo aspetta il Chip Ganassi Racing, top team del campionato CART (l’antenato dell’IndyCar), su una Reynard-Honda. È subito casa: tre vittorie nel debutto da rookie, Rookie of the Year e — il 15 settembre 1996 al cavatappi di Laguna Seca — uno dei sorpassi più filmati della storia del motorsport, su Bryan Herta all’ultimo giro, traiettoria interna impossibile, due ruote sull’erba, primo posto. È il momento esatto in cui l’America cade ai suoi piedi.

Quello è il preludio. I due anni seguenti sono leggenda:

  • 1997: campione CART con cinque vittorie e undici podi su diciassette gare
  • 1998: campione CART per la seconda volta, sette vittorie, una stagione di dominio
  • Soprannome stabile fra il pubblico americano: “Doughnuts Zanardi”, per i testacoda celebrativi a fine gara

Nel 2001 torna in CART dopo l’avventura Williams, questa volta in Mo Nunn Racing. È quella la stagione della curva del destino.


Lausitzring, 15 settembre 2001: la corsa che cambia tutto

È un sabato di settembre, nel cuore della Germania orientale. Si corre il German 500, gara su ovale. Zanardi sta dominando: ha appena fatto la sua ultima sosta ai box ed è uscito dalla pit lane in testa a 13 giri dalla fine. Ma immettendosi sulla pista perde aderenza su un tratto sporco e si gira di traverso davanti al gruppo.

La sua Reynard-Honda è ferma a metà pista quando sopraggiunge Alex Tagliani con la Forsythe. Impatto laterale a circa 320 km/h. La monoposto di Zanardi viene spezzata in due. L’incidente è tra i più violenti mai filmati in un campionato a ruote scoperte.

Il responsabile medico CART Steve Olvey arriva sul posto in pochi secondi. Le gambe sono già staccate dal corpo, il sangue cola sull’asfalto. Olvey chiude le arterie femorali con due lacci d’emergenza: gesto che salva la vita. In quel momento nel corpo di Zanardi resta meno di un litro di sangue. Gli viene impartita l’estrema unzione.

Il bilancio chirurgico è impressionante: quindici operazioni, quattro giorni di coma, sei settimane di ricovero. Viene dimesso dalla clinica tedesca il 31 ottobre 2001. Le gambe non si recuperano: amputazione bilaterale.

Il 13 maggio 2003, dopo aver imparato a camminare con le protesi, Zanardi torna sulla stessa pista del Lausitzring e completa simbolicamente i tredici giri che gli erano stati strappati, con una Champ Car modificata. Tempo medio: 215 km/h. È il momento in cui inizia la seconda vita.


Cinque anni in WTCC con BMW (2005-2009)

Tra il 2005 e il 2009 Zanardi gareggia stabilmente nel World Touring Car Championship con BMW Italia-Spain, su una BMW 320si modificata con acceleratore al volante e cambio sequenziale al posto della pedaliera. È il primo pilota disabile a vincere una gara di un campionato del mondo FIA: l’impresa la firma a Oschersleben il 24 agosto 2005, davanti a tutti i normodotati. Vincerà altre tre volte nel WTCC. È in quegli anni che il legame con BMW diventa stretto: ne sarà brand ambassador a vita.


La handbike: quattro ori paralimpici e dodici titoli mondiali

Nel 2007 Zanardi scopre l’handbike, una bicicletta a propulsione manuale. Comincia per gioco, durante il New York City Marathon in handcycle. Diventa la sua nuova ossessione. Si fa costruire un mezzo personalizzato, lavora ai dettagli aerodinamici come faceva con le sue Champ Car, lima millesimi di posizione. Tre anni dopo è in nazionale paralimpica.

Il bilancio sportivo della seconda vita è da capogiro:

  • Londra 2012: due ori (cronometro H4 + prova in linea) e un argento (staffetta H1-4)
  • Rio 2016: due ori (cronometro H5 + staffetta) e un argento (prova in linea)
  • Quattro ori paralimpici in totale, due argenti
  • Dodici titoli mondiali UCI di paraciclismo su strada
  • Numerosi titoli europei e italiani

A queste si sommano le imprese non agonistiche: Ironman di Kona (Hawaii) 2014, completato in 9 ore 47 minuti e 14 secondi — handbike per la frazione bici, sedia da nuoto per il triathlon, carrozzina per la corsa — il primo in assoluto a riuscirci da disabile. Ironman di Barcellona, di Andorra, traversata della Manica a nuoto in staffetta. Ogni tot mesi un’impresa nuova, raccontata con la solita ironia bolognese.


Pienza, 19 giugno 2020: l’ultima curva

Il 19 giugno 2020 Zanardi è in Toscana per Obiettivo Tricolore, una staffetta di handbike e ciclismo che la sua agenzia aveva organizzato per portare in giro per l’Italia atleti paralimpici nel post-Covid. Lui pedala in solitaria sulla Statale 146 fra Pienza e San Quirico d’Orcia, in una mattina di sole.

In una curva in discesa, la handbike — instabile per la struttura sbilanciata in avanti — perde aderenza. Zanardi attraversa la corsia opposta e si schianta contro un autoarticolato di trasporto bestiame. Il trauma cranico è gravissimo. Viene elitrasportato all’ospedale Le Scotte di Siena: sei ore di intervento neurochirurgico, prognosi riservata, coma profondo.

Nei sei anni successivi cambia ospedale tre volte (Siena, Padova, Milano), passa attraverso un coma farmacologico, una tracheostomia, decine di operazioni. Viene riportato a casa, in provincia di Padova, dove la moglie Daniela Manni e il figlio Niccolò lo accudiscono ventiquattr’ore al giorno. La famiglia ha custodito la sua privacy con assoluto rigore: solo bollettini medici essenziali, nessuna foto, nessuna intervista. Si era saputo, da fonti molto vicine, che Alex era cosciente, riconosceva i suoi cari, “comunicava con gli occhi”. Una battaglia silenziosa, lontana dai riflettori, fino al riposo arrivato la sera del 1° maggio 2026.


L’uomo: scrittore, conduttore TV, ingegnere mancato

Tra le due vite — quella in pista e quella in handbike — Zanardi era stato anche tante altre cose. Aveva scritto tre libri di cui due autobiografie diventate piccoli successi:

  • «…Però, Zanardi da Castel Maggiore» (1997), il primo, il racconto del ragazzo che voleva fare il pilota
  • «…E se un giorno…» (2003), scritto dopo Lausitzring, ironia e dolcezza in 300 pagine
  • «Volevo solo pedalare» (2014), il libro delle paralimpiadi

Era stato conduttore Sky Sport con il programma «E se domani», dove intervistava pazienti reduci da incidenti gravi. Aveva collaborato con BMW al design di sedie a rotelle per disabili e auto adattate. Aveva tenuto centinaia di conferenze motivazionali — anche per Microsoft, Ferrari, FCA — sempre con lo stesso mantra: la disabilità non è un limite, è un’opportunità di guardare il mondo da un’angolatura diversa. Nel 2017 aveva fondato Obiettivo 3, l’associazione per inserire atleti paralimpici nello sport agonistico, da cui si è staccato dopo l’incidente del 2020. La sua famiglia ne è rimasta riferimento.

Le onorificenze ufficiali sono state nutrite. Tra le più note:

  • Cavaliere di Gran Croce dell’OMRI (Ordine al Merito della Repubblica Italiana), conferito da Sergio Mattarella nel 2016
  • FIA Hall of Fame, classe 2017, primo italiano dopo Lauda e Senna
  • Premio Andrea Fortunato, Premio Mario Cervi, Ambrogino d’oro di Milano

Le reazioni del mondo dello sport e delle istituzioni

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato in lui «il coraggio, la resilienza e la capacità di trasmettere entusiasmo». La Premier Giorgia Meloni in una nota ha scritto: «L’Italia perde un grande campione e un uomo straordinario». Il Ministro per lo Sport Andrea Abodi ha parlato di una «luce straordinaria, una persona che ha lasciato il segno».

La FIA, in un comunicato sui propri canali, lo ha definito «simbolo intramontabile di coraggio e determinazione». La Formula E, di cui Zanardi era stato collaudatore, ha aggiunto: «Una leggenda del motorsport che ha sfidato il destino due volte». Dal mondo della cultura popolare, Gianni Morandi — bolognese come lui — ha scelto sette parole: «Hai trasformato il coraggio in sorriso». Anche Marcello Bano, sindaco di Noventa Padovana, città dove Zanardi viveva, ha aggiunto la sua: «Era un grande campione, ma soprattutto un grande uomo».


L’eredità

Resta una traiettoria umana che è impossibile riassumere in una sola etichetta. Pilota di Formula 1, due volte campione CART, primo disabile a vincere una gara mondiale FIA, atleta paralimpico con quattro ori, Ironman delle Hawaii, conferenziere, scrittore, collaudatore BMW, ambasciatore: ognuna di queste vite, da sola, sarebbe bastata. Tutte insieme raccontano un uomo che con la velocità ha avuto un rapporto particolare — la cercava, la inseguiva, la subiva — e che con il dolore ha imparato a parlarci alla pari.

Resta anche una frase che gli appartiene, ripetuta in mille interviste e diventata quasi un manifesto: «La vita non è quello che ti succede, ma quello che fai con quello che ti succede». Per qualche generazione di italiani che lo ha visto cadere, rialzarsi e cadere di nuovo, è stata più di una citazione. Era una bussola. E nelle ultime parole pubbliche dette al pubblico, durante una conferenza nel 2019 a Bologna, Alex aveva tradotto la stessa idea in modo perfino più diretto: «Ho perso le gambe, non la testa. La testa è quella che decide.»

La testa, in lui, non si è mai fermata. Nemmeno nei sei anni di silenzio. Nemmeno la sera del primo maggio.


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Fonte Alex Zanardi è morto: l’uomo che ha sfidato il destino due volte Credits Il Giornale Digitale